Crea sito

A. M. Ortese

[…] Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione, rimanesse ancora qualcosa di organico. Si pronunciavano per la prima volta, nella tradizione locale, parole come sesso in luogo di cuore, sifilide in luogo di sentimento, e ossessione come ispirazione. Si scopriva non esservi un popolo, al mondo, infelice come il napoletano, e infelice perché malato; si cercavano le cause di questa malattia, definivano i modi di questa infelicità, e smontando senz’altro il mito dell’ allegria, e ravvisando in quelle esistenze, in quei canti, una convulsa desolazione, il lamento dell’ uomo perduto nell’ incanto e l’incoscienza della natura, dominato e succhiato continuamente da questa madre gelosa; incapace ormai di coordinare i propri pensieri, comandare ai nervi, e muovere un solo passo meno che barcollare; prendere viva parte alla storia dell’ uomo, anziché esserne continuamente oppresso e umiliato: se ne indicavano le conseguenze e studiavano i sistemi per liberarlo da una schiavitù così grave. Fin dal primo momento, era stato chiaro che la cultura, intesa come conoscenza e quindi coscienza, specchio dove fissare la propria immagine, fosse il più indispensabile. […]

 

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, 1953