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Daniele Scarpati

Sento spesso dire che Napoli “o si odia o si ama”. Credo che questa particolare espressione (per quanto abusata e sull’orlo del luogo comune) possa essere valida per molte città, ma non per la mia. Sarò presuntuoso e fin troppo campanilista, ma credo sia più corretto dire che Napoli si odia e si ama. “And”, non “Or”.

Ci sono cose (posti, leggende, cibi, paesaggi, linguaggi, persone, ecc.), da queste parti, che non possono non turbarti per la loro colossale magnificenza, per la loro prorompente bellezza. E ci sono altre cose, al contempo, che non possono non disgustarti per il loro sproporzionato squallore, per la loro indicibile scelleratezza. Non starò qui ad elencarle, le cose belle e quelle brutte. Sarebbe sciocco, riduttivo, incompleto, e in ogni caso non aiuterebbe a centrare il punto della questione. Perché il punto è un altro.

Napoli possiede la forza dirompente della contraddizione: quel continuo spiazzarti che ti confonde e ti affascina e ti fotte il cervello. Quel talento insidioso che hanno alcune donne, che prima ti accarezzano e poi ti schiaffeggiano senza motivo, che prima ti fanno sentire il centro del mondo, e l’attimo dopo non si accorgono nemmeno che esisti. Se Napoli avesse un umore, sarebbe affetta da sindrome bipolare. E questo, secondo me, è un fatto. Non me ne vanterei, certo, ma nemmeno proverei vergogna.

Mi piace pensare che Napoli sia come la Santissima Trinità: uno di quei misteri che vanno accettati per fede (se uno ha fede, ovviamente), perché se cerchi di capirli, di studiarli e di definirli, finisce che te ne vai dritto dritto al manicomio. Si odia e si ama. Sempre, a prescindere. Ma questo è solo il mio parere.

 

And vs or, Daniele   Scarpati