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Matilde Serao

– Onna Matì, m’avita perdonà: ‘ca tengo nù libbro vostro stampato malamente, e stò piezzo l’aggio copiato a penna, ‘na meza chiavica. Però v’amo, v’amo o’ veramente. V’amo fantasticamente!

 

Dello scrivere da Giù

A meno di rarissime eccezioni, gli scrittori meridionali sono provvisti, massime nei primissimi anni delle loro scritture, di una ricchezza ereditaria, atavica, di fantasie, o piuttosto di fantasticherie: e intorno al vivido rampollo del loro ingegno, è una frondosità bella, talvolta, ma senza frutto.

Tutto questo bagaglio di fantasticherie è nel sangue meridionale, nei nervi, in fondo             all’ inchistro, in punta di penna: queste dolci e vecchie fantasticherie – ereditarie, ereditarie! – sembran quasi che siano vergate sulla carta a caratteri invisibili, e che appariscano, appena la penna vi si posi sopra.

Che fare? Vi è chi si sfoga in versi, tanto che tutti gli scrittori italiani come quelli che non sono scrittori, hanno fatto dei sonetti, o qualche ode; ma chi firma queste notizie non seppe mai comporre un verso.

E che fare, di tutte queste fantasticherie, quando il mondo e l’arte chiedono uno studio limpido e schietto della verità, quando solo i grandi e piccoli dolori umani hanno bisogno di una storia, mentre la storia della nostra fantasia non interessa a nessuno?

Il viaggio dell’ arte è lungo, faticoso, duro, bisogna buttar via l’antica zavorra; bisogna partire, lasciando i cari sogni, magari sospirando, magari rimpiangendo ciò che si abbandona, bisogna salutare le terre della immaginazione e andarsene nel rude paese della verità.

E senza lamenti!

Il nostro coraggio e la nostra forza stanno nell’ accettare l’aspro lavoro, nell’ austero ambiente, dove soltanto la coscienza ci sorregge: e se ne pare di essere in esilio, noi antichi sognatori, noi non diremo che siamo esiliati.

Chi ha scritto le leggende napolitane, non le riscriverebbe: esse sono per lui il paese abbandonato, il sogno svanito, l’anima liberatada del suo dolce morbo: il rimpianto è forse, nel suo cuore, ma niuno può contare le lacrime segrete.

1890

 

E dalle Leggende napoletane:

“… Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene, ….quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore.”

Disegno di Yemanjà, una delle divinità del Candomblè brasiliano. Disegnata per l’associazione Napoli-Bahia è poi diventata un poster nel quale due sirene (Yemanjà e Partenope) danzano.

By C. Luino